A volte mi sembra che sia proprio l’odore a tenerci separati: una barriera sottile ma invalicabile.
L’unico con cui ne parlo è Anselmo, un vecchio che passa le giornate in giardino con un gatto sulle gambe. Si lamenta sempre dei suoi occhiali appannati.
Lucia ha un modo caratteristico di sistemarsi i capelli dietro l’orecchio quando è nervosa. Non lo fa spesso, ma quando succede devo distogliere lo sguardo. L’altro giorno mi ha rimproverato perché non volevo prendere quel vomito di sciroppo per la bronchite.
«Così mi fa arrabbiare» ha detto. Sono rimasto zitto. Perché quella frase, con maggiore confidenza, è la stessa che mi ripeteva in un'altra vita quando mi rifiutavo di aiutarla ad apparecchiare la tavola o quando non rimettevo i libri nella mia cartella dopo aver studiato.
Quella sera ne ho parlato con Anselmo. Stava in giardino, come sempre, con il gatto sulle gambe. Non gli ho dovuto spiegare molto: lui annuisce prima che tu abbia finito di parlare, come se le cose le sapesse già.
«Dille chi sei» ha detto.
«E se la spavento?»
«Le cose vere spaventano sempre» ha detto continuando a strofinare le lenti con un lembo della vestaglia senza riuscire a togliere l'alone. Il gatto ha cambiato posizione. Siamo rimasti in silenzio.
Oggi Lucia si è seduta accanto al mio letto, ha cambiato la flebo e ha detto: «Lei mi guarda come se mi conoscesse.»
«Ha davvero questa impressione?» ho chiesto. Lei ha fatto spallucce. Ha sorriso, ma senza convinzione: «Questo farmaco ha spesso strani effetti collaterali.»
Ha rimboccato la mia coperta, come faceva quando veniva a darmi la buonanotte. Ho chiuso gli occhi e per un attimo ho sperato che mi baciasse la fronte. Avrei potuto dirle tutto in quel momento. Bastava poco. Una frase sola. In un'altra vita eri mia sorella maggiore. Invece ho taciuto. Come potrebbe riconoscermi in questo corpo decrepito? Come potrebbero le mie mani ruvide e ossute accarezzare un viso così giovane?
